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Diamante sintetico: minaccia o opportunità? Marcello Manna

E’ uguale, ma è sintetico! Sempre più spesso sentiremo ripetere quest’ambigua frase nelle gioiellerie di tutto il mondo, dove i commercianti dovranno padroneggiare con cura termini tecnici che potrebbero far perdere la vendita.

Ma che cos’è un diamante sintetico? Perché c’è tanta preoccupazione tra gli addetti ai lavori? Gemmologicamente si definisce “diamante sintetico” il materiale che ha le stesse caratteristiche fisiche, chimiche ed ottiche del diamante naturale. A differenza delle “imitazioni”, che sono pietre che vogliono avvicinarsi il più possibile alla bellezza dell’originale come lo zaffiro incolore, lo zircone, la zirconia cubica, etc.. il diamante sintetico non lo si riconosce ad occhio nudo e se incontrate qualcuno che vi dice il contrario, non credetegli! Per individuare un diamante sintetico occorre una particolare strumentazione che, al momento, hanno solo i laboratori di analisi gemmologica più all’avanguardia. Qui non ci occuperemo degli aspetti gemmologici, né di coloro che vendono diamanti sintetici senza dichiararli, ma considereremo solo gli aspetti di marketing.

I diamanti sintetici si producono da tanti anni e sono impiegati soprattutto nell’industria per i più svariati usi date le eccezionali proprietà fisiche del diamante. La direttiva FTC per l’identificazione gemmologica esiste fin dal 1996, ma solo negli ultimi anni hanno raggiunto la qualità e la convenienza economica per fare concorrenza diretta al diamante naturale.

L’industria del sintetico ha messo in piedi una politica di marketing molto aggressiva puntando tutto, oltre che sulla bellezza del sintetico uguale all’originale, sulla trasparenza e l’eticità del prodotto. In poche parole, i produttori di sintetico puntano tutto sulla sensibilità delle nuove generazioni per l’eco-sostenibilità del processo produttivo e l’assenza di traffici illeciti.

A mio parere, se questi sono i pilastri della comunicazione per farsi spazio nel mercato, non avranno vita lunga. Innanzitutto, i diamanti naturali hanno fatto molti progressi in tema di sostenibilità, eticità, sullo sfruttamento dei giacimenti diamantiferi e sulle condizioni dei lavoratori. I colossi minerari che si occupano dell’estrazione dei diamanti come Anglo American (DeBeers) ed ALROSA (Russia, sotto controllo statale) sviluppano sempre nuove campagne sia per la salvaguardia del pianeta. Il protocollo Kimberley Process, messo a punto dall’ONU nel 2002 insieme a tutti i paesi produttori e/o intermediari, nato per garantire l’eticità dei diamanti dal momento dell’estrazione alla vendita al consumatore finale, sta dando i risultati sperati. Inoltre, come si fa a non chiedersi come si produca un diamante sintetico? Non mi sembra che esista ancora una produzione industriale che non produca rifiuti e scarichi tossici sia per il nostro pianeta sia per l’essere umano, quindi, se si esalta l’eco-sostenibilità, bisognerebbe approfondire e rendere trasparente tutta la catena produttiva del diamante sintetico per capirne un po’ di più ed andare al di là di un semplice slogan pubblicitario. Poi, se si promuovono i diamanti sintetici come “conflict-free”, cioè non implicati in traffici illegali che finanzino guerre, ci vuole meno ambiguità. Definire i sintetici come “conflict-free” sottintende che i naturali allora siano “conflict”…ed occorrono le prove sia del fatto che l’intero processo produttivo dei sintetici sia assolutamente lecito e poi provare che i naturali non sono “conflict-free”!

Gli argomenti sono davvero leggeri, considerato il fatto che basterebbe citare che il diamante naturale più giovane che c’è in giro ha almeno 900.000 anni per chiudere la partita, ma questa è un’altra storia…

Anversa, 16 settembre 2016

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